L’arte visiva in psicoterapia: quando un’immagine apre nuove consapevolezze
La psicoterapia viene generalmente definita come “la cura con le parole”, eppure, non tutto ciò che viviamo riesce a trovare subito una forma verbale, neanche in seduta, sebbene sperimentiamo un ascolto attivo che favorisce l’espressione dei vissuti. A volte le emozioni sono confuse, altre volte sono troppo intense o caotiche, altre ancora riusciamo a dar loro un nome. È proprio in questi spazi che l’arte visiva, quadri, fotografie, immagini, può venirci in soccorso e diventare uno strumento prezioso.
Osservare un quadro, per esempio, non va considerata un’azione passiva di semplice ricezione. Quando ci soffermiamo davvero su un’immagine, infatti, attiviamo attenzione, curiosità, memoria ed emozioni. Questo tipo di osservazione consapevole favorisce una presenza mentale simile a quella coltivata nella mindfulness: rallentiamo, notiamo un maggior numero di dettagli, ascoltiamo ciò che accade dentro di noi (Uttley et al., 2015). Anche solo questo processo di focalizzazione può aumentare la consapevolezza dei nostri stati interni.
Le immagini parlano un linguaggio simbolico: una fotografia, per esempio, può evocare ricordi, relazioni, passaggi di vita… suscitare nuove riflessioni e associazioni di pensieri. Può anche far emergere aspetti di sé che faticano a trovare spazio nel discorso diretto. Judy Weiser, pioniera della fototerapia, descrive come l’utilizzo delle fotografie personali in un contesto clinico favorisca l’esplorazione dell’identità, delle relazioni e delle emozioni, facilitando i processi di narrazione e di rielaborazione (Weiser, 1999). In questi casi, l’immagine diventa, quindi, un ponte tra ciò che sentiamo davvero e ciò che riusciamo a dire.
Anche la ricerca scientifica sostiene l’utilità delle arti visive in ambito clinico. Una metanalisi recente ha evidenziato come gli interventi basati sull’arte visiva possano contribuire a migliorare diversi aspetti del benessere psicologico, tra cui l’ansia, l’autostima e la qualità della vita percepita, soprattutto se essi sono inseriti in percorsi strutturati (Joschko et al., 2024). L’arte, quindi, è qualcosa di più dell’espressione creativa del singolo, ma può avere un impatto concreto sui processi di cura.
Non è necessario essere artisti per poter apprezzare i benefici dell’arte. In terapia, infatti, non conta il risultato estetico, quanto il processo di elaborazione e di apertura. In questo senso, allora, anche l’osservazione guidata di un’opera visiva può stimolare riflessioni profonde, nuove, ricche di spunti. Metodologie come le Visual Thinking Strategies mostrano come interrogarsi su un’immagine (“Cosa sta succedendo qui?”, “Cosa ti fa pensare questo dettaglio?”) favorisca l’emergere di un pensiero critico, ma anche di confronto e apertura a punti di vista diversi dal proprio (Feen-Calligan et al., 2023). In un contesto terapeutico, tutto ciò può tradursi in una maggiore flessibilità nel leggere le proprie dinamiche relazionali ed emotive.
L’arte visiva, inoltre, non agisce solo nello spazio individuale ma anche in quello collettivo. Un esempio significativo è la serie di fotografie di Donna Ferrato raccolta nel progetto e nella mostra Living with the Enemy. Questa serie, nata all’inizio degli anni ’80 quando Ferrato documentò per la prima volta casi di violenza domestica “dietro porte chiuse”, è stata esposta in musei e gallerie internazionali e ha stimolato dibattiti pubblici sulla violenza di genere (Crf. Ferrato, 1991). Al centro di questo progetto, pubblicato nel volume Living with the Enemy, ci sono fotografie crude e impattanti che mostrano realtà difficili da sopportare ma importanti da riconoscere. I cataloghi di mostre come quella del Newport Art Museum offrono una documentazione curata in cui testo e immagine si intrecciano, offrendo strumenti di riflessione sia estetica che sociale.
Un altro aspetto importante quando si parla del connubio tra terapia ed arte riguarda la regolazione emotiva. L’esperienza estetica può offrire, infatti, uno spazio protetto in cui entrare in contatto con emozioni intense in modo graduale e mediato, protetto. Alcuni studi sottolineano come il coinvolgimento nelle opere d’arte possa contribuire a ridurre lo stress e a sostenere processi di integrazione emotiva (Stuckey & Nobel, 2010). L’immagine diventa così un contenitore simbolico: permette di avvicinarsi a temi delicati senza esserne emotivamente travolti.
In terapia, quadri e fotografie possono diventare oggetti di dialogo condiviso tra terapeuta e paziente: parlare di ciò che colpisce, disturba o incuriosisce in un’immagine spesso apre strade inaspettate, che magari non si sarebbero dischiuse senza la mediazione visiva del quadro o della foto. Integrare l’arte visiva in un percorso psicoterapeutico significa, quindi, ampliare il linguaggio della cura, sviluppare la capacità di allargare il proprio orizzonte e trovare un modo per esprimere anche l’indicibile.
In collaborazione con Lo Schicco di Grano APS di cui sono Presidente, presenterò la mostra fotografica “L’eco dello specchio: oltre il confine tra amore e potere”, dedicata alle dinamiche relazionali disfunzionali, presso il Circolo Lippi, a Firenze, domenica 8 marzo alle ore 18.00.
La mostra, ispirata al libro “Quando l’amore non basta. Le relazioni tra danno e cura” di B. Calcinai e Linda Savelli (Alpes Italia, 2024) è a ingresso gratuito e fa parte di un progetto più ampio, intitolato “Specchio, specchio: la voce del coro”, patrocinato dal Comune di Firenze e finanziato da Publiacqua.
Riferimenti bibliografici
Feen-Calligan, H., et al. (2023). Visual Thinking Strategies in health professions education: A scoping review. Journal of Medical Humanities.
Ferrato, D. (1991). Living With the Enemy. Aperture Books.
Joschko, R., Klatte, C., Grabowska, W. A., Roll, S., Berghöfer, A., & Willich, S. N. (2024). Active visual art therapy and health outcomes: A systematic review and meta-analysis. JAMA Network Open, 7(9), e2432797.
Stuckey, H. L., & Nobel, J. (2010). The connection between art, healing, and public health: A review of current literature. American Journal of Public Health, 100(2), 254–263.
Uttley, L., Scope, A., Stevenson, M., et al. (2015). Art therapy for non-psychotic mental health disorders: A systematic review and meta-analysis. BMC Psychiatry, 15, 151.
Weiser, J. (1999). PhotoTherapy techniques: Exploring the secrets of personal snapshots and family albums. Vancouver, BC: PhotoTherapy Centre.
