“Mio padre/mia madre ha l’ADHD”: Se essere figli diventa difficile

“Mio padre ha l’ADHD. E adesso che lo so, tante cose sembrano avere un senso diverso.”

Può succedere durante l’adolescenza, oppure molti anni dopo, quando si è già giovani adulti che la diagnosi di un genitore possa cambiare il modo in cui si ripensano alcuni ricordi del nostro passato: le dimenticanze, gli appuntamenti saltati, la difficoltà a organizzarsi, certe reazioni impulsive, il passaggio improvviso da un grande entusiasmo a un’elevata distrazione, per esempio. In questi casi, può sorgere in noi una domanda del tipo:

“Quanto di quello che è successo tra noi dipendeva dall’ADHD?” La risposta, quasi sempre, è meno semplice di quanto si auspicherebbe perché le variabili che entrano in gioco sono molte e s’intrecciano tra loro.

Capire può cambiare il significato delle cose

È bene tener presente che L’ADHD non riguarda soltanto l’attenzione: nell’adulto può coinvolgere anche la capacità di pianificare, di organizzarsi, di ricordare, in alcuni casi, le informazioni importanti, di inibire alcune risposte automatiche e di autoregolare il proprio comportamento (Johnston et al., 2012). Quando queste difficoltà sono presenti in un genitore, esse possono impattare anche sulla vita quotidiana della famiglia. Riprendendo l’esempio del padre (ma non scordiamoci che anche le donne possono avere l’ADHD, quindi anche le madri), può avvenire che il genitore scordi un impegno importante o abbia difficoltà a mantenere una routine; che passi da un grande coinvolgimento alla più completa distrazione in maniera quasi repentina o che reagisca impulsivamente a qualcosa che è stato detto o fatto per poi rendersi conto di avere esagerato. Ma niente di tutto questo è inevitabile E, soprattutto, non tutto ciò che fa o dice una persona con ADHD è causato dall’ADHD. La diagnosi, però, può effettivamente aiutare a comprendere alcuni comportamenti peculiari, sebbene non possa spiegare da sola la persona, le sue relazioni o l’intera storia familiare.

“Allora non era perché non gli importava di me?” Questa può essere una delle domande più dolorose che, come figli, possiamo porci. Quando un padre dimentica qualcosa di importante per il figlio (un saggio scolastico, una partita, un concerto insieme ecc.), è facile interpretare la dimenticanza come una mancanza di vero interesse: sapere, invece, che esiste una difficoltà attentiva o organizzativa nel genitore può aiutarci a cambiare prospettiva. La ricerca mostra che i sintomi ADHD dei genitori sono associati ad alcune difficoltà nelle modalità di parenting. Una meta-analisi di 32 studi ha trovato associazioni più elevate con un tipo di parenting duro oppure permissivo piuttosto che con un tipo di parenting autorevole, ma gli effetti complessivi erano piccoli (Park et al., 2017). Ciò significa che l’ADHD può influenzare la genitorialità, ma non determina il modo in cui una persona sarà genitore. Ci sono, infatti, genitori con ADHD molto presenti, affettuosi e attenti e altri che faticano molto, inoltre, possono darsi situazioni in cui entrambe le cose convivono.

Durante l’adolescenza può diventare più complicato

L’adolescenza è un periodo particolare: il figlio comincia a richiedere più libertà, ma ha ancora bisogno di sentirsi visto, ascoltato e sostenuto dalla famiglia. Il rapporto con i genitori cambia: le regole, le responsabilità, la scuola, gli amici, gli orari di uscita e rientro, la tipologia di vacanze… tutto viene ridiscusso e, possibilmente, rinegoziato. In questa fase, eventuali difficoltà del genitore con ADHD nell’organizzazione o nella regolazione delle proprie reazioni possono diventare particolarmente visibili o causare maggior attrito con il giovane che sta ricercando la sua autonomia. Gli studi disponibili sull’ADHD genitoriale non ci permettono di dire che un adolescente con padre o una madre ADHD vivrà necessariamente una relazione imprevedibile, conflittuale o difficile ma ci comunicano che i sintomi ADHD del genitore possono essere associati ad alcune difficoltà nel parenting. 

E se il figlio comincia ad adattarsi?

A volte un adolescente impara a fare attenzione a ciò che il genitore tende a dimenticare e può iniziare a “star dietro” alle disattenzioni o alle dimenticanze che nota; può anche imparare a evitare di chiedere qualcosa in un momento che reputa particolarmente difficile o delicato per il genitore o ad anticipare una reazione di cui ha sperimentato in passato le conseguenze. Non sappiamo, però, se questo accada più frequentemente nei figli di genitori con ADHD perché gli studi condotti sinora non ci permettono di affermare una cosa del genere. Può, però, essere una domanda clinicamente interessante quando un giovane racconta la propria esperienza:

“Ti capita di sentirti responsabile anche di come sta o funziona tuo padre?”

L’intento non è quello di affibbiare un’etichetta, ma di capire se il ragazzo o la ragazza abbia avuto la possibilità di essere davvero “figlio” o “figlia”, senza doversi occupare continuamente di ciò che accade nel suo ambiente familiare.

Quando arriva una diagnosi tardiva

Può anche capitare che un genitore riceva la diagnosi di ADHD quando il figlio è già adolescente o addirittura giovane adulto. A quel punto può iniziare una rilettura del passato.

“Adesso capisco.”

“Avrei voluto saperlo prima.”

“Forse non lo faceva apposta.”

“Ma allora perché io sono stato così male?”

Sono tutte tipologie di riflessioni che possono convivere: una spiegazione, infatti, non equivale a far sparire una ferita. Inoltre, un comportamento, seppur non intenzionale, ha comunque delle conseguenze. Si può provare comprensione e contemporaneamente riconoscere la propria rabbia; si può voler bene a un genitore e avere, però, bisogno di prendere le distanze da alcuni suoi comportamenti. 

Comprendere l’ADHD di un genitore non vuol dire che il figlio debba accettare sempre qualsiasi comportamento in nome della diagnosi, ma è una chiave di lettura in più.

Non tutto è ADHD

Quando finalmente arriva una spiegazione, può essere tentante usarla per rileggere ogni cosa che è accaduta o tutto ciò che è stato detto o fatto. Ma una diagnosi non dovrebbe diventare una lente attraverso cui interpretare ogni comportamento della persona che lo ha. La storia di una relazione, infatti, è formata di molti elementi che interagiscono: personalità, esperienze, comunicazione, conflitti, affetto, aspettative, risorse e difficoltà di entrambi. Anche gli studi sul parenting confermano che la relazione tra sintomi dell’ADHD e il comportamento genitoriale è complessa e che le associazioni osservate sono relativamente contenute (Johnston et al., 2012; Park et al., 2017).

Per questo può essere più utile chiedersi:

“Che cosa succede tra noi?”

piuttosto che:

“Quanto di mio padre/mia madre è spiegato dall’ADHD?”

Quando il figlio diventa adulto

Con la giovane età adulta cambia anche la posizione del figlio in famiglia, che non viene più a dipendere dai genitori come nell’infanzia o anche nell’adolescenza. Può scegliere adesso quanto frequentare la famiglia d’origine, quali confini stabilire. Può anche iniziare a vedere i propri genitori come persone che hanno le loro storie alle spalle e possono avere le proprie difficoltà. Tutto ciò può aprire verso una maggior consapevolezza. Un figlio può arrivare a comprendere le difficoltà di un genitore con ADHD, ma non deve diventare il suo terapeuta, il suo organizzatore o la persona che continuamente cerca di compensare ciò che manca.

Bibliografia

Johnston, C., Mash, E. J., Miller, N., & Ninowski, J. E. (2012). Parenting in adults with attention-deficit/hyperactivity disorder (ADHD). Clinical Psychology Review, 32(4), 215–228. https://doi.org/10.1016/j.cpr.2012.01.007

Mokrova, I., O’Brien, M., Calkins, S., & Keane, S. (2010). Parental ADHD symptomology and ineffective parenting: The connecting link of home chaos. Parenting: Science and Practice, 10(2), 119–135. https://doi.org/10.1080/15295190903212844

Park, J. L., Hudec, K. L., & Johnston, C. (2017). Parental ADHD symptoms and parenting behaviors: A meta-analytic review. Clinical Psychology Review, 56, 25–39. https://doi.org/10.1016/j.cpr.2017.05.003

Per informazioni sui percorsi per ADHD o per appuntamenti:

studio@barbaracalcinai.it 

Immagini Pexels