La vergogna

… Non riusciva a non sentirsi a disagio sotto gli sguardi di tutti, che percepiva come indagatori e malevoli, quasi si trattasse degli sguardi severi di giudici implacabili che avrebbero emesso una sentenza inappellabile sul suo aspetto. Inutile nasconderlo a se stessa: si vergognava del proprio corpo e dell’intera immagine di sé che offriva al mondo; non era come avrebbe desiderato essere e apparire e questo la faceva soffrire profondamente, rendendola ancora più goffa e imbarazzata.

… Si vergognava terribilmente per quello che aveva fatto e si augurava che nessuno venisse mai a scoprirlo perché non avrebbe tollerato gli sguardi di disapprovazione e di delusione che avrebbe letto sui volti delle persone a lui care. Il guaio era che lui stesso sapeva cosa aveva fatto e questo bastava per fargli provare una vergogna bruciante che non sapeva come scacciare da sé. Se soltanto fosse riuscito a dimenticare! Ma sapeva che non era possibile scacciare quel pensiero che lo marchiava come indegno a suoi stessi occhi.

… La mamma era delusa dal suo comportamento, la bambina se ne rendeva conto, provava vergogna ma non sapeva come rimediare. Era una bambina cattiva.

Alcune emozioni, quelle che sono necessarie alla nostra sopravvivenza come individui e come specie sono innate, possedute e riconosciute da tutti senza distinzione di cultura, religione, livello di alfabetizzazione ecc. Si chiamano emozioni di base e compaiono molto presto nel corso dello sviluppo; esse sono: paura, rabbia, sorpresa, gioia, disgusto e disprezzo. Soprattutto per alcune di esse è intuitivo comprendere come mai sono così funzionali alla sopravvivenza: se ho paura di un animale, di una persona ecc. perché percepisco il pericolo correlato, me ne terrò ben lontano e aumenterò le mie probabilità di sopravvivenza; se provo frustrazione perché ho subito un torto la rabbia mi spingerà all’azione per far valere i miei diritti e ristabilire l’equilibrio; la gioia mi fa stare bene e cercherò di riprovarla appagando i miei desideri; il disgusto mi tiene lontano da cibi e bevande potenzialmente nocivi ecc. Tuttavia, la gamma emozionale umana è molto più ampia, ricca e sfumata e va a comprendere quelle che sono chiamate emozioni secondarie, che nascono, cioè, da una mescolanza di emozioni di base. Esse si presentano per la prima volta in momenti specifici dello sviluppo e sono legate anche alle interazioni sociali; quindi, alle competenze sociali che l’individuo sviluppa crescendo e relazionandosi con il proprio ambiente sociale e culturale. La vergogna fa parte delle emozioni secondarie e il bambino inizia a provarla quando diventa consapevole del proprio essere distinto dagli altri, percependo anche il giudizio degli altri nei confronti delle proprie azioni, parole ecc. La vergogna è, dunque, un’emozione sociale, che nasce intersoggettivamente, dalle continue relazioni con gli altri. Provare vergogna ha a che fare con il sentirsi non all’altezza dei propri standard o con l’aver fatto qualcosa che ha deluso una persona significativa, o, ancora, con l’aver trasgredito delle norme sociali e aver per questo subito la riprovazione del proprio ambiente sociale. La vergogna è un’emozione fondamentale per imparare a rispettare norme, regole e leggi, ma può diventare pervasiva e disfunzionale quando un individuo si percepisce costantemente non all’altezza dell’immagine di sé che vorrebbe dare agli altri. I genitori, gli insegnanti e, in generale, tutti gli adulti significativi con cui i bambini e poi gli adolescenti entrano in contatto nel corso dello sviluppo (allenatori sportivi, catechisti, tutor ecc.), dovrebbero formulare attentamente le loro critiche e i loro giudizi, in modo che non siano generiche (“arrivi sempre in ritardo”; “sei svogliato”; “sei lento”; “dici sempre sciocchezze”; “sei goffo” ecc.) perché in questo modo saranno percepite dall’individuo come critiche al suo modo di essere, non sortiranno l’effetto educativo auspicato e porteranno l’individuo a sentirsi sbagliato e inadeguato, aumentando il suo senso di vergogna per non essere “come si dovrebbe essere”. Critiche ed esortazioni al miglioramento e al cambiamento dovrebbero, quindi, essere sempre circoscritte, specifiche e costruttive, in modo da spronare l’individuo a “fare meglio” senza farlo sentire inadeguato nella sua globalità. Anche la società stessa con i suoi modelli culturali pubblicizzati ed esasperati può contribuire ad accrescere il sentimento di vergogna per ciò che si è (non abbastanza belli, non abbastanza popolari, non abbastanza ricchi, bravi, intelligenti, alla moda ecc.), per la propria famiglia (non abbastanza perfetta) o per ciò che si possiede (mai abbastanza); risulta, quindi, necessario facilitare nei giovanissimi la formazione di un’immagine di sé positiva ma nello stesso tempo realistica e sufficientemente solida da resistere agli attacchi interni ed esterni.

Riferimento bibliografico

Ekman, P., (2008), Te lo leggo in faccia. Riconoscere le emozioni anche quando sono nascoste, Editore Amrita, collana Scienza e Compassione.

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