Il teatro come specchio interiore: la forza catartica dell’arte scenica

C’è un momento, a teatro, in cui il silenzio della sala cambia di qualità: dalla semplice assenza di rumore si passa all’aspettativa e all’ascolto profondo; la sensazione è quella del “trattenere il respiro”.

Poi inizia lo spettacolo e il sipario rosso si solleva, gettandoci oltre il conosciuto…

Qualcosa accade sulla scena, ma anche dentro chi guarda. Una parola, un gesto, uno sguardo, una perdita, un desiderio taciuto. La scena si anima, si popola di personaggi, di storie che s’intrecciano; esplodono luci e suoni.

Improvvisamente ci riconosciamo: siamo noi, proprio lì, su quel palco, in quel mondo fittizio ma tanto più reale… Che accade?

È questa una delle funzioni più antiche e potenti del teatro: offrirci uno specchio emotivo del nostro vissuto, del nostro sentire; non uno specchio che rimanda la perfetta copia esteriore, ma uno specchio simbolico, di ciò che siamo nell’intimo.

Ciò che vediamo nei personaggi parla, in modo obliquo, di noi, delle nostre vicende. Le loro paure risvegliano le nostre. Le loro scelte interrogano le nostre esitazioni. Le loro ferite toccano le nostre zone più nascoste, spesso rimaste senza espressione perché non esistono parole comuni da poter usare.

Già Aristotele, nella sua Poetica, descriveva la tragedia come capace di suscitare pietà e timore, producendo una forma di catarsi: una trasformazione emotiva che libera, chiarisce, riordina l’esperienza interna, solleva l’animo dalle proprie inquietudini.

Oggi il termine catarsi viene usato con cautela in ambito clinico, ma il nucleo dell’intuizione di Aristotele resta più che mai attuale. L’esperienza estetica può muovere emozioni profonde nell’individuo e renderle pensabili; di fatto, staccandoci dall’impeto che ce le rende dolorose; ce le fa attraversare, comprendere, integrare.

Le neuroscienze e la psicologia contemporanea mostrano che quando osserviamo azioni, espressioni e relazioni significative, si attivano dei processi di risonanza emotiva, attenzione, memoria e identificazione che ci permettono di sentirci “come se” fossimo i personaggi di una storia. Lo spettatore, quindi, non è passivo, “vive” le storie con i protagonisti: per questo una scena può commuoverci anche se non ci riguarda direttamente. In qualche modo, infatti, ci riguarda: per analogia, per eco, per associazione. Un padre che non sa amare; una figlia che cerca la propria strada; un addio rimandato troppo a lungo; una verità nascosta per paura…

Il teatro lavora proprio nella zona in cui il personale incontra l’universale: ci mostra che il dolore umano non è soltanto nostro, ma appartiene all’umanità intera dalla notte dei tempi. Ci dice che il conflitto appartiene alla condizione umana, così come l’amore e l’odia, la rabbia e la gelosia. Ci sussurra che l’ambivalenza non è un difetto, ma una trama possibile dell’esistenza, così come l’incoerenza.

In termini psicologici, tutto questo può avere un valore prezioso. Infatti, quando un vissuto interno prende forma fuori da noi, diventa osservabile, pensabile, esprimibile. E, quindi, trasformabile perché reso più chiaro e meno minaccioso.

Non è, quindi, un caso che molte pratiche terapeutiche abbiano dialogato con il linguaggio teatrale.

Lo psicodramma di Jacob Moreno, per esempio, utilizza la rappresentazione scenica per esplorare ruoli, conflitti e relazioni, favorendo la consapevolezza e nuove possibilità di risposta. Anche la drammaterapia contemporanea impiega improvvisazione, narrazione e messa in scena come strumenti clinici.

Naturalmente il teatro non sostituisce un percorso di psicoterapia, non “cura” nel senso clinico del termine, ma dà sollievo, lenisce le ferite, ci rende partecipi dell’universalità delle nostre passioni. Getta una luce nel caos di ciò che proviamo, ci stimola a osservare noi stessi e a prendere consapevolezza dei nostri sentimenti. Può anche suggerirci che esistono finali diversi da quelli che temiamo.

… Il sipario si chiude proprio quando, dentro di noi, qualcosa comincia ad aprirsi.

Il 30 maggio al Teatro Le Laudi di Firenze verrà rappresentato lo spettacolo “Mi chiamo Eva”, scritto e diretto da Manuela Sannino su una mia idea.

La rappresentazione verte sulla dipendenza affettiva vista con gli occhi di una protagonista femminile ed è una preziosa occasione per riflettere insieme su un fenomeno in netta crescita.

L’ingresso allo spettacolo, promosso da Lo Schicco di Grano APS, ha un costo di 15 euro: il ricavato verrà utilizzato per le attività che l’associazione offre gratuitamente ai suoi soci.

“Mi chiamo Eva” fa parte di un più ampio progetto, “Specchio, specchio: la voce del coro”, realizzato con il contributo di Publiacqua e con il Patrocinio del Comune di Firenze.

Per acquistare in anticipo i biglietti è possibile mandare una mail a:

studio@barbaracalcinai.it

Riferimenti bibliografici:

Loureiro, A. et al. (2025). Performance and catharsis: Interactions between performing arts and mental health. The Arts in Psychotherapy, 96, 102392.

Meisiek, S. (2004). Which Catharsis Do They Mean? Aristotle, Moreno, Boal and Organization Theatre. Organization, 25(5).