ADHD in adolescenza: quando il sintomo entra nelle relazioni
Il racconto di un caso clinico in ottica sistemico-familiare
I genitori, al contrario, apparivano esasperati. La madre parlava velocemente, quasi senza fermarsi, elencando dimenticanze, litigi, insufficienze scolastiche e difficoltà quotidiane. Il padre interveniva soprattutto per sottolineare quanto il figlio fosse “intelligente ma inconcludente”. La richiesta iniziale era chiara: “Dottoressa, non riusciamo più a gestirlo”.
Marco aveva ricevuto una diagnosi di ADHD durante la scuola primaria. Negli anni, però, la famiglia aveva cercato di affrontare le difficoltà senza un percorso continuativo. Con l’arrivo dell’adolescenza, il quadro si era complicato.
A scuola veniva descritto come disturbante e provocatorio. Interrompeva spesso le lezioni, dimenticava il materiale, faticava a rispettare le consegne e reagiva male ai richiami degli insegnanti. I voti erano molto discontinui: ottimi quando riusciva ad appassionarsi, disastrosi nelle materie percepite come noiose o troppo impegnative.
In casa il clima era diventato teso quasi quotidianamente. La madre controllava continuamente compiti, orari e organizzazione. Il padre alternava momenti di dialogo a scoppi di rabbia improvvisi. Marco rispondeva con chiusura, provocazioni o silenzi ostili.
Fin dai primi colloqui, mi è apparso evidente come il problema non riguardasse soltanto il ragazzo, ma l’intero equilibrio familiare costruito attorno alle sue difficoltà.
Nell’approccio sistemico-familiare, infatti, il sintomo non viene osservato in modo isolato. Mi interessa comprendere che funzione assume all’interno delle relazioni e quali dinamiche contribuiscono, spesso involontariamente, a mantenerlo nel tempo.
Nel caso di Marco, più i genitori aumentavano il controllo, più lui sembrava perdere autonomia e oppositività. Più il padre alzava il tono, più il ragazzo reagiva sfidando le regole. Più la madre cercava di prevenire ogni errore, più Marco si mostrava dipendente e disorganizzato. Era come se tutti fossero intrappolati in una danza relazionale ripetitiva dalla quale nessuno riusciva a uscire.
Un momento importante del percorso è arrivato quando ho chiesto ai genitori di descrivere il figlio senza parlare dei problemi scolastici o comportamentali. All’inizio hanno fatto molta fatica. Poi la madre ha detto: “È molto sensibile”. Il padre, dopo qualche secondo di silenzio, ha aggiunto: “Quando vuole bene a qualcuno, lo dimostra davvero”. In quel momento la stanza è cambiata. Marco ha alzato per la prima volta lo sguardo.
Spesso gli adolescenti con ADHD crescono dentro narrazioni fortemente centrate sull’errore: sei distratto, sei pigro, non ti impegni abbastanza, potresti fare di più. Con il tempo, queste definizioni rischiano di diventare parte della loro identità.
Nel lavoro terapeutico ho cercato di aiutare la famiglia a distinguere il comportamento problematico dal valore personale del ragazzo. È una differenza fondamentale. Un adolescente può avere grandi difficoltà nella regolazione attentiva ed emotiva senza essere “sbagliato”.
Anche il rapporto con la scuola occupava uno spazio centrale. Gli insegnanti vivevano Marco come disinteressato e provocatorio; lui, invece, raccontava di sentirsi continuamente sotto pressione e paragonato ai compagni. Ricordo una frase che ha pronunciato durante una seduta: “Io ci provo, ma è come se il cervello partisse da solo”.
Dietro atteggiamenti apparentemente oppositivi, spesso incontro ragazzi profondamente frustrati, che sperimentano ogni giorno la sensazione di non riuscire a soddisfare le aspettative degli adulti.
Nel lavoro con la famiglia abbiamo iniziato a costruire modalità comunicative diverse: meno centrate sul controllo continuo e più orientate alla collaborazione. Abbiamo lavorato su regole più chiare, obiettivi realistici e momenti di confronto non esclusivamente dedicati ai problemi.
Parallelamente, il coinvolgimento della scuola è stato fondamentale per evitare che ogni difficoltà diventasse automaticamente una conferma dell’immagine negativa che Marco aveva di sé stesso.
Con il passare dei mesi, non sono scomparsi tutti i conflitti. L’ADHD non si “risolve” semplicemente con qualche regola in più. Tuttavia, è cambiato qualcosa di importante nel modo in cui la famiglia riusciva a leggere le difficoltà del ragazzo.
La rabbia dei genitori ha lasciato progressivamente spazio a una comprensione più complessa. Marco, dal canto suo, ha iniziato a sentirsi meno costantemente giudicato e più coinvolto nella costruzione delle strategie per affrontare scuola e quotidianità.
Nel lavoro clinico con gli adolescenti ADHD, ritengo fondamentale evitare sia le semplificazioni colpevolizzanti sia il rischio di ridurre tutto alla diagnosi.
L’ADHD influisce profondamente sulla vita scolastica, emotiva e relazionale, ma non definisce interamente l’identità di un ragazzo. Allo stesso tempo, le relazioni familiari possono diventare un potente fattore di protezione oppure, involontariamente, amplificare la sofferenza e il conflitto.
Per questo motivo, in terapia, non lavoro mai soltanto con il sintomo. Lavoro con le relazioni, con le emozioni che circolano nella famiglia e con i significati che ciascuno attribuisce ai comportamenti dell’altro.
Molto spesso il cambiamento inizia proprio lì: quando un adolescente smette di sentirsi soltanto “il problema” della famiglia e può finalmente essere riconosciuto nella sua complessità, nelle sue fragilità ma anche nelle sue risorse.
