“Quando ho capito che Marta aveva paura di esistere senza quella relazione”

Riflessioni cliniche sulla dipendenza affettiva in una prospettiva sistemico-relazionale

Quando Marta (nome di fantasia) è entrata nel mio studio per la prima volta, mi ha detto quasi subito: “Lo so che questa relazione mi fa stare male, ma quando lui si allontana sento di non respirare più”. Quasi un voler mettere le mani avanti: So che è così ma senza di lui non posso stare…

Marta, bella presenza, curata nell’abbigliamento, aveva 36 anni, un lavoro stabile, amici presenti, una vita apparentemente equilibrata. Eppure… il centro emotivo della sua esistenza ruotava completamente attorno al compagno, come una falena intorno alla luce di una lampada. Ogni messaggio non ricevuto diventava motivo di angoscia, ogni litigio assumeva il significato di una possibile fine, ogni distanza veniva vissuta come un abbandono insopportabile. Nel linguaggio comune, spesso si tende a dire: “È troppo innamorata” e non ci si pensa più, come se fosse qualcosa che “ci si cerca”. Ma nella stanza terapeutica, molto spesso, ci accorgiamo che non stiamo osservando soltanto un sentimento intenso: stiamo osservando una forma di dipendenza relazionale, dolorosa, intensa e fortissima.

La dipendenza affettiva è una condizione complessa, studiata sempre più frequentemente nella letteratura scientifica anche se ancora non rientra nelle categorie diagnostiche del DSM, caratterizzata da bisogno estremo dell’altro, paura della perdita, difficoltà a separarsi anche da relazioni dolorose e progressiva rinuncia a sé stessi. 

Nel mio lavoro come psicoterapeuta sistemico-relazionale, cerco sempre di andare oltre il comportamento visibile: non mi interessa soltanto capire perché una persona resti in una relazione che la ferisce, voglio comprendere a fondo che cosa quella relazione rappresenti nel suo mondo emotivo profondo. Con Marta, per esempio, è emerso molto presto un tema dominante: il timore di non essere abbastanza per meritare amore. Durante le sedute raccontava spesso episodi dell’infanzia apparentemente poco significativi: una madre molto critica, affettuosa ma imprevedibile; un padre spesso distante e chiuso; la sensazione di dover essere “brava”, accomodante, attenta ai bisogni degli altri per mantenere la vicinanza e l’approvazione di chi aveva intorno.

Nella prospettiva sistemico-relazionale, queste esperienze vengono lette come apprendimenti relazionali profondi. È da bambini, infatti, che impariamo implicitamente che cosa significhi amare, essere amati, chiedere attenzione, affrontare la distanza emotiva. La teoria dell’attaccamento di John Bowlby ha dimostrato come le prime relazioni influenzino il modo in cui costruiamo i legami affettivi nell’età adulta.  Nel caso di Marta, il legame con il partner sembrava riattivare continuamente un copione già conosciuto: rincorrere qualcuno emotivamente sfuggente nel tentativo di sentirsi finalmente scelta, desiderata e amata. Ricordo una seduta in particolare; mi disse: “Quando lui sparisce per qualche ora, io smetto di sentire tutto il resto. Non penso più al lavoro, agli amici, a me stessa… Esiste solo il bisogno che torni e la mia paura che, invece, non torni più da me”. In quel momento, ciò che colpiva davvero non era la fragilità del suo senso di sé. Come accade spesso nella dipendenza affettiva, l’altro diventava l’unico regolatore emotivo possibile.

Molte persone che vivono questa condizione si vergognano profondamente dei propri comportamenti: controllare continuamente il telefono, tollerare svalutazioni, annullarsi pur di evitare una separazione, cercare di compiacere ecc. Eppure, dietro questi comportamenti, raramente c’è “debolezza”: più spesso troviamo una storia relazionale costruita attorno alla paura di perdere il legame. La ricerca evidenzia, infatti, come la dipendenza affettiva sia frequentemente associata a modelli di attaccamento insicuro, soprattutto di tipo ansioso. 

Nel percorso terapeutico, il lavoro non consiste nel dire alla persona “devi lasciarlo” o “devi volerti più bene” perché queste frasi, pur apparentemente sensate e animate da buone intenzioni, spesso aumentano il senso di colpa e l’incomprensione. Il lavoro terapeutico è, invece, molto più delicato: cerca di aiutare la persona a costruire gradualmente un’identità che possa esistere anche fuori dalla relazione. Con Marta abbiamo lavorato sui confini personali, sul riconoscimento dei bisogni autentici, sulla possibilità di tollerare la distanza senza viverla come catastrofica. Abbiamo osservato insieme i modelli familiari appresi nel tempo: l’idea che l’amore richiedesse sacrificio, adattamento, continua disponibilità emotiva. A volte, in terapia, accade qualcosa di molto importante: la persona smette lentamente di chiedersi “Come faccio a non perderlo?” e inizia a domandarsi “Che posto ho io dentro questa relazione?”. Si tratta di un cambiamento profondo. Ricordo che, dopo diversi mesi di lavoro, Marta disse una frase che sintetizzava bene il percorso fatto:
“Sto iniziando a capire che non avevo paura di perdere lui. Avevo paura di restare sola con me stessa”.

Credo che uno degli aspetti più importanti della psicoterapia nella dipendenza affettiva sia proprio questo: aiutare la persona a ritrovare una base interna sufficientemente stabile, capace di sostenere il legame senza annullarsi dentro di esso, perché una relazione sana non cerca di annullare la nostra identità, la lascia respirare.

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