Se il rapporto con il proprio aspetto diventa una fonte di sofferenza
La dismorfofobia, denominata nel DSM-5-TR disturbo da dismorfismo corporeo (Body Dysmorphic Disorder, BDD), è una condizione psicologica caratterizzata da una preoccupazione intensa e persistente per uno o più difetti o imperfezioni del proprio aspetto fisico. La caratteristica centrale del disturbo ruota intorno al fatto che, in realtà, questi difetti non sono osservabili dagli altri oppure appaiono come lievi, mentre per la persona assumono grandissima importanza e possono diventare fonte di vergogna, ansia e sofferenza (APA, 2022; Rück et al., 2024). Vale la pena sottolineare che questo disturbo non è una semplice insoddisfazione per il proprio aspetto fisico. La ricerca più recente lo considera, infatti, come una condizione clinicamente significativa, che rientra nella categoria dei disturbi ossessivo-compulsivi e correlati, tanto forte appare la preoccupazione per una parte del proprio corpo. Una recente revisione pubblicata su Nature Reviews Disease Primers stima che il disturbo da dismorfismo corporeo interessi circa il 2% della popolazione adulta, pur rimanendo spesso non riconosciuto o non adeguatamente trattato (Rück et al., 2024).
Quando un’imperfezione diventa un’ossessione
Tutti possiamo avere parti del nostro corpo che non ci piacciono o che desideriamo migliorare e può capitarci di sentirci a disagio per i brufoli, per il peso, per il tipo di capelli, per una caratteristica del viso, per la forma delle gambe, ecc., ma nel dismorfismo corporeo la preoccupazione assume caratteristiche molto diverse e pervasive: il pensiero relativo al presunto difetto percepito può occupare una parte consistente della giornata e diventare difficile da interrompere, trasformandosi, quindi, in un’ossessione, mentre chi ne soffre può arrivare anche a sentirsi “deforme”. Il problema, dunque, nasce anche dal significato che l’individuo attribuisce a ciò che vede (APA, 2022; Rück et al., 2024).
I comportamenti ripetitivi
Secondo il DSM-5-TR, alla preoccupazione per l’aspetto si associano spesso comportamenti ripetitivi o atti mentali, per esempio, la persona può controllarsi continuamente allo specchio, confrontare il proprio aspetto con quello degli altri, chiedere ripetutamente rassicurazioni su come appare, curare in modo eccessivo il proprio aspetto oppure cercare di nascondere il difetto percepito. Può anche arrivare a fotografarsi ripetutamente per verificare come appare, modificare le proprie fotografie, cambiare frequentemente abbigliamento o acconciatura, oppure evitare completamente gli specchi (APA, 2022; Rück et al., 2024). Questi comportamenti, seppur finalizzati a ridurre l’ansia, in realtà, non fanno che contribuire a mantenere il problema perché questo controllo meticoloso produce soltanto un sollievo momentaneo, rafforzando, invece, la necessità impellente di tornare a controllare. Ecco che, così, si crea un circolo vizioso: preoccupazione → controllo o evitamento → sollievo temporaneo → nuova preoccupazione.
Evitare lo sguardo degli altri
L’impatto di questo disturbo sulla vita quotidiana dell’individuo può essere drammatico: la paura del giudizio degli altri, di essere osservati o additati per il presunto difetto; il ritenere di non essere abbastanza attraenti o addirittura di essere dei “mostri”, oltre a provocare profonda sofferenza, possono spingere la persona a evitare le feste, gli appuntamenti, le situazioni sentimentali e tutte quelle situazioni sociali in cui sente di poter essere osservata e derisa per il suo aspetto, facendola rinunciare a esperienze formative o importanti e isolandola socialmente (Rück et al., 2024).
Non equivale a essere vanesi
Chi soffre di dismorfismo corporeo può essere erroneamente percepito dagli altri come una persona eccessivamente concentrata sull’estetica e, quindi, vanesia, di fatto banalizzando una sofferenza autentica che limita concretamente le attività di chi ne soffre. La ricerca contemporanea descrive questo disturbo come una condizione complessa, nella quale interagiscono aspetti cognitivi, emotivi, percettivi e neurobiologici (Rück et al., 2024). Alcuni studi di neuroimaging hanno evidenziato delle differenze, rispetto ai gruppi di controllo, nel funzionamento dei sistemi coinvolti nell’elaborazione visiva, nell’attenzione, nella regolazione cognitiva e nell’elaborazione emotiva. Una recente revisione sistematica e meta-analisi degli studi di neuroimaging ha evidenziato il coinvolgimento di circuiti occipitali, frontali e limbici, proponendo un modello neurocircuitale del disturbo e sottolineando, allo stesso tempo, l’eterogeneità dei risultati disponibili (Cheng et al., 2025), pur sottolineando l’eterogeneità dei risultati disponibili.
Il ruolo del confronto e dell’immagine corporea
La percezione del proprio corpo si costruisce anche attraverso le nostre esperienze relazionali: il modo in cui siamo stati guardati, riconosciuti, criticati, valorizzati o confrontati con gli altri durante l’infanzia e l’adolescenza può contribuire a influenzare il significato che noi attribuiamo al nostro aspetto. Ma anche l’ambiente sociale contemporaneo può amplificare il problema, infatti, la continua esposizione a immagini selezionate, modificate e filtrate di persone eternamente giovani, magre, alte e dai lineamenti perfetti può rendere il confronto con gli altri particolarmente intenso, soprattutto durante l’adolescenza e la prima età adulta. I social network o i modelli estetici proposti dalla società, pur non costituendo da soli la causa del disturbo, possono, però, inserirsi all’interno di una vulnerabilità individuale e contribuire ad alimentare confronto, autocritica e attenzione eccessiva all’aspetto fisico (Rück et al., 2024).
Dismorfofobia e ricerca di interventi estetici
Una persona che soffre di dismorfismo corporeo può cercare di modificare la caratteristica fisica che considera problematica anche attraverso interventi chirurgici, nella speranza che un’operazione di tipo estetico possa finalmente eliminare il disagio provato, ma è importante ricordare che quando alla base è presente un disturbo da dismorfismo corporeo, la modifica dell’aspetto non necessariamente risolve la sofferenza psicologica, anzi il problema può persistere oppure spostarsi verso un’altra parte del corpo (Rück et al., 2024). Per questo motivo, quando la preoccupazione è intensa, persistente e accompagnata da comportamenti ripetitivi o significativo evitamento, è necessario considerare anche una valutazione psicologica.
Il grado di consapevolezza
Il DSM-5-TR considera anche il livello di insight, cioè la consapevolezza che la persona possiede rispetto alle proprie convinzioni. Alcune persone riconoscono che la propria preoccupazione per il difetto percepito può essere eccessiva o che il difetto stesso potrebbe, in effetti, non risultare così evidente agli occhi degli altri. In altri casi, invece, la convinzione arriva a essere molto rigida e la persona può essere fortemente convinta che il proprio difetto sia realmente evidente. Questa caratteristica è importante nella valutazione clinica e aiuta il professionista a comprendere la specifica esperienza della persona (APA, 2022; Rück et al., 2024).
La prospettiva sistemico-familiare
Nella prospettiva sistemico-familiare, il sintomo non viene considerato isolatamente dalla storia della persona e dai sistemi relazionali nei quali essa vive, il che significa esplorare come la persona abbia costruito nel tempo la propria immagine di sé e quali significati abbia associato al suo corpo, all’accettazione, al giudizio degli altri e al sentirsi sufficientemente adeguata. Domande come “Che cosa significa per me essere accettato dagli altri?”, “Che cosa temo possa accadere se gli altri vedono il mio corpo?” oppure “In quali relazioni mi sento maggiormente giudicato?” possono aprire spazi di comprensione importanti. L’obiettivo della terapia è, dunque, comprendere perché il proprio aspetto sia diventato così centrale nella definizione del proprio valore e della propria identità e lavorare per una miglior accettazione di sé.
Quando è importante chiedere aiuto?
È opportuno prendere in considerazione una valutazione psicologica soprattutto quando la preoccupazione per il proprio aspetto:
- occupa molto tempo durante la giornata;
- porta a controllarsi continuamente o a evitare gli specchi;
- provoca frequenti confronti con gli altri;
- richiede continue rassicurazioni;
- determina l’evitamento delle situazioni sociali;
- interferisce con relazioni, studio o lavoro;
- genera una sofferenza intensa e persistente.
Questi elementi non costituiscono, da soli, una diagnosi, ma possono rappresentare importanti segnali di una sofferenza che merita di essere approfondita (APA, 2022). Una diagnosi richiede una valutazione clinica individuale, che permetta anche di distinguere il disturbo da altre condizioni psicologiche che possono presentare preoccupazioni relative al corpo o all’immagine di sé.
Ritrovare libertà oltre lo specchio
Il punto di arrivo della terapia è fare in modo che il proprio aspetto non determini più il proprio valore, le proprie scelte e la possibilità di vivere pienamente le relazioni sociali e romantiche. Quando il corpo smette di essere continuamente osservato, controllato e giudicato, diventa possibile tornare a concentrarsi su ciò che accade fuori dallo specchio: le relazioni, gli interessi, il lavoro, l’affettività, la socialità e il proprio progetto di vita.
Bibliografia
American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed., text rev.; DSM-5-TR). American Psychiatric Association Publishing. https://doi.org/10.1176/appi.books.9780890425787
Cheng, Y., Burrows, E., Zrinzo, L., Akram, H., Robbins, T. W., & Tyagi, H. (2025). The occipital-fronto-limbic circuit of body dysmorphic disorder: A systematic review and meta-analysis of neuroimaging studies. Biological Psychiatry Global Open Science, 6(2), 100676. https://doi.org/10.1016/j.bpsgos.2025.100676
Liu, Y., Lai, L., Wilhelm, S., Phillips, K. A., Guo, Y., Greenberg, J. L., & Ren, Z. (2024). The efficacy of psychological treatments on body dysmorphic disorder: A meta-analysis and trial sequential analysis of randomized controlled trials. Psychological Medicine, 54(15), 4048–4061. https://doi.org/10.1017/S0033291724002733
Rück, C., Mataix-Cols, D., Feusner, J. D., Shavitt, R. G., Veale, D., Krebs, G., & Fernández de la Cruz, L. (2024). Body dysmorphic disorder. Nature Reviews Disease Primers, 10, Article 92. https://doi.org/10.1038/s41572-024-00577-z
Per informazioni o appuntamenti:
Immagini Pexels
