I Disturbi alimentari e la dipendenza affettiva: quando il cibo sostituisce l’amore

I disturbi dell’alimentazione o DCA (disturbi del comportamento alimentare) sono condizioni complesse, che influenzano in modo spesso drammaticamente significativo il rapporto di chi ne soffre con il cibo e con la modalità di alimentarsi, con il proprio corpo e con l’identità personale. Tra i disturbi più conosciuti si elencano: l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder), ma ne esistono molti altri, più nuovi e forse meno conosciuti – ortoressia, vigoressia, drunkoressia, pregoressia -. Questi disturbi, oltre a impattare fortemente sulla salute fisica e sulla nutrizione della persona, riflettono generalmente un profondo disagio psicologico e relazionale sottostante. Non si tratta, quindi, soltanto di “voler perdere peso”, di “mangiare male” o di “mangiare troppo”, queste condizioni sono il sintomo manifesto della difficoltà sperimentata dall’individuo nell’esprimere le proprie emozioni e i propri bisogni. Per comprendere l’origine di un disturbo dell’alimentazione, allora, bisogna andare oltre l’apparenza e imparare a prestare attenzione a ciò che il sintomo cerca di esprimere. Un comportamento alimentare disfunzionale, quindi, nasconde molto altro dietro al rapporto con il cibo e con l’atto di nutrirsi. Può accadere, per esempio, che un disturbo alimentare si intrecci con dinamiche di dipendenza affettiva. Quest’ultima espressione descrive un modello relazionale in cui l’altro diventa indispensabile per sentirsi “vive”, amate o degne di valore. Infatti, chi soffre di dipendenza affettiva non riesce a uscire da relazioni altamente disfunzionali o dolorose a causa del terrore abbandonico; spesso la persona con dipendenza affettiva non sa stare da sola e può arrivare ad annullarsi pur di mantenere un legame con il partner, anche se dolorosissimo e infelice.

Ma come si intrecciano questi due condizioni che apparentemente sembrano così diverse?

Spesso, chi sviluppa un disturbo alimentare presenta anche uno stile di attaccamento insicuro nei confronti delle figure di riferimento, che si è andato consolidando durante l’infanzia. In particolare, l’attaccamento di tipo ansioso è caratterizzato da un forte timore di essere respinto o abbandonato e da una assidua ricerca di conferme affettive esterne. Questo bisogno incessante di approvazione che la persona sperimenta fin da bambina può riversarsi sul corpo, percepito come un modo per ottenere l’amore o il controllo in una relazione. Le restrizioni alimentari autoimposte, le abbuffate o il vomito indotto diventano, allora, vere e proprie strategie per regolare le emozioni vissute come troppo intense o per riempire un senso di vuoto che sembra incolmabile. In alcuni casi, lo stile di attaccamento può essere quello evitante, cioè, caratterizzato da distacco emotivo e apparente autosufficienza affettiva (“non ho bisogno di nessuno”). In questi casi, il controllo sul cibo ingerito e sul proprio corpo può rappresentare un modo per negare i propri bisogni relazionali e mantenere ai propri occhi un senso illusorio di totale indipendenza affettiva. Il corpo diventa qualcosa da controllare ossessivamente, ultimo baluardo contro relazioni vissute come intrusive. Il cibo, dunque, offre immediatamente ciò che le relazioni non riescono a fornire: sicurezza, conforto, stabilità. Oppure, privarsi del cibo necessario alla sopravvivenza e alla salute può rappresentare una punizione per non essere in grado di attrarre amore e affetto dagli altri. Le ricerche scientifiche svolte nel corso degli anni sembrano confermare che chi presenta un disturbo alimentare mostra più frequentemente anche tratti di dipendenza affettiva, rispetto alla popolazione generale. Da tenere presente che questa dipendenza può non riguardare soltanto le relazioni sentimentali, ma anche quelle con gli amici, con i familiari o con i terapeuti.

In un percorso psicoterapico, allora, risulta fondamentale non limitarsi a trattare il sintomo legato alla sfera nutrizionale, ma esplorare insieme alla persona la sua storia relazionale e affettiva durante l’infanzia. In quest’ottica, la psicoterapia sistemico-relazionale può offrire un grande contributo: lavorando sulla consapevolezza, sulle dinamiche familiari e sui ruoli, sulle comunicazioni implicite e sui legami emotivi, infatti, aiuta a comprendere come certi modelli relazionali si siano strutturati e sclerotizzati nel tempo e come si possano, invece, trasformare affinché la persona possa realmente imparare a gestire la sua sfera emotiva.

I disturbi alimentari beneficiano soprattutto di una presa in carico sinergica da parte di un terapeuta e di un professionista della nutrizione, nonché di una costante supervisione medica, poiché sono condizioni che mettono fortemente a repentaglio la salute globale della persona che ne soffre.

Bibliografia di riferimento:

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