La violenza di genere è un’emergenza
La violenza perpetrata contro le donne in quanto tali rappresenta una delle emergenze più drammatiche del nostro tempo; essa è, nello stesso tempo, una grave violazione dei diritti umani e un effettivo problema di salute pubblica che attraversa ogni contesto sociale, economico e culturale. Le cronache degli ultimi mesi, infatti, hanno continuato a riportare ripetuti episodi di violenza nelle relazioni affettive e familiari, fino agli esiti più estremi, il femminicidio, mostrandoci ancora una volta come dietro il terribile atto finale possano nascondersi storie caratterizzate dal controllo, dalle minacce, dall’isolamento, dalla possessività e dalla progressiva limitazione della libertà della donna. Questi episodi, pur nella loro diversità, restituiscono, però, un elemento comune: la violenza raramente si manifesta come un evento completamente isolato e improvviso, come un fulmine a ciel sereno. Spesso è preceduta da dei segnali che nascono e si sviluppano all’interno di una relazione che più o meno lentamente perde i suoi connotati di relazione affettiva; ma questi segnali possono a lungo essere minimizzati, giustificati o persino interpretati come espressioni di amore, di gelosia o di semplice preoccupazione. È proprio in questo spazio che uno sguardo sistemico-relazionale può offrire un contributo significativo alla comprensione e alla prevenzione di un fenomeno drammatico.
Perché è utile uno sguardo sistemico-familiare
L’approccio sistemico-familiare ci permette di considerare la violenza non soltanto come l’espressione di una problematica individuale, ma piuttosto come un fenomeno complesso che prende forma all’interno dell’ambiente sociale e culturale, dei ruoli familiari, delle aspettative reciproche e delle norme culturali che possono sostenerla e riprodurla. La violenza, infatti, può inserirsi in un circuito relazionale nel quale determinate modalità comunicative, dinamiche di potere e forme di controllo vengono progressivamente normalizzate. Gelosia, controllo degli spostamenti, limitazione dei rapporti sociali, controllo economico, svalutazione e minacce possono costituire delle vere e proprie tappe di un processo di progressiva erosione dell’autonomia della donna. Questa prospettiva dialoga con il paradigma ecologico proposto da Lori L. Heise (1998), secondo il quale la violenza contro le donne deve essere letta considerando più livelli interconnessi tra loro: individuale, relazionale, comunitario e sociale. La violenza, dunque, non può essere compresa pienamente se si osserva soltanto la persona che la agisce o quella che la subisce, ma richiede un’analisi approfondita del sistema di relazioni e del contesto nel quale il comportamento violento si sviluppa e si mantiene.
Dalla relazione ai segnali di escalation
Nella pratica clinico-terapeutica, lo sguardo sistemico porta il professionista a osservare le sequenze interattive, i ruoli assunti dai diversi membri della famiglia, i rituali quotidiani, le modalità comunicative e i confini relazionali. Una particolare attenzione deve essere rivolta alle dinamiche che possono favorire l’instaurarsi e il mantenimento della violenza: pratiche di controllo, progressivo isolamento sociale della donna, dipendenza economica o affettiva, svalutazione, minacce e assenza di confini sufficientemente chiari tra chi agisce la violenza e chi la subisce. Anche il linguaggio utilizzato sia dalla vittima che da chi agisce il comportamento violento può offrire importanti informazioni su ciò che sta accadendo. Espressioni come “Non posso farcela senza di lui”, “Se lo lascio non sono niente” oppure “Lei è mia, non ha il diritto di lasciarmi”, “Lei non vale nulla senza di me” possono rappresentare, a seconda del contesto, degli indicatori di dipendenza, paura dell’abbandono, possesso e controllo. Analogamente, alcuni rituali familiari e alcune regole implicite possono contribuire a rendere invisibile ciò che accade o a impedirne la verbalizzazione.
Le recenti vicende di cronaca ci hanno, purtroppo, mostrato quanto sia importante non attendere l’aggressione più grave per riconoscere una situazione di pericolo, perché può rivelarsi troppo tardi. Minacce, stalking, controllo ossessivo, isolamento e comportamenti coercitivi rappresentano dei segnali d’allarme da non sottovalutare, che indicano spesso un’escalation di violenza che richiede immediata attenzione e valutazione tempestiva.
Potere, controllo e isolamento
Uno degli elementi centrali della violenza nelle relazioni intime è la progressiva costruzione di una condizione di asimmetria, tra chi subisce e chi perpetra la violenza; il problema, quindi, non riguarda tanto l’episodio aggressivo in sé, quanto il sistema di potere e controllo nel quale esso può essere inscritto. Come già detto, infatti, il progressivo isolamento sociale, l’indebolimento delle risorse economiche, la limitazione dei contatti con familiari e amici, la svalutazione delle capacità personali e l’erosione della fiducia in se stessa possono rendere la donna sempre più dipendente e vulnerabile.
Inoltre, la violenza psicologica e quella coercitiva non devono essere considerate fenomeni secondari rispetto alla violenza fisica perché possono essere parte di un processo più articolato attraverso il quale viene via via ridotta la possibilità della donna di autodeterminarsi, chiedere aiuto e immaginare un’alternativa alla relazione nella quale è costretta a rivestire il ruolo di vittima.
Gli effetti sulla donna e sui figli
Le conseguenze della violenza possono coinvolgere profondamente il corpo, la mente e la qualità delle relazioni della vittima. Ansia, depressione, sintomi somatici, perdita dell’autostima e conseguenze traumatiche possono accompagnare una storia di violenza domestica protratta nel tempo. Quando sono presenti dei figli, inoltre, gli effetti possono estendersi all’intero sistema familiare. Anche quando essi non sono direttamente aggrediti, i minori esposti alla violenza assistita possono essere coinvolti profondamente nella dinamica familiare, interiorizzando modelli relazionali fondati sulla sopraffazione, sulla paura o sulla disuguaglianza di genere. Un bambino inserito in un contesto familiare violento può, infatti, sentirsi impotente, può anche percepirsi responsabile di ciò che accade oppure convincersi che la violenza costituisca una modalità “normale” di gestione dei conflitti: il rischio è, quindi, quello di una trasmissione intergenerazionale di modelli relazionali disfunzionali. Anche la famiglia allargata e la rete sociale possono avere un ruolo ambivalente. Il silenzio, la minimizzazione, la giustificazione di comportamenti possessivi o il mancato intervento a tutela della vittima possono, seppur inconsapevolmente, contribuire a mantenere la situazione. Al contrario, una rete capace di riconoscere i segnali, ascoltare senza giudicare e sostenere concretamente la donna può rappresentare un importante fattore protettivo.
Il ruolo del terapeuta e della rete integrata
Di fronte alla violenza, il compito del terapeuta non consiste semplicemente nel favorire una migliore comunicazione all’interno della coppia. Prima di ogni intervento relazionale è necessario, dunque, riconoscere la presenza della violenza, valutarne la gravità e considerare prioritariamente la sicurezza della donna e degli eventuali figli della coppia o comunque presenti in seno al nucleo familiare. È fondamentale offrire uno spazio protetto e non giudicante nel quale la donna possa raccontare la propria esperienza, riconoscere ciò che sta vivendo e prendere in considerazione le possibilità concretamente disponibili per allontanarsi dal partner violento. L’obiettivo è, perciò, quello di favorire una maggior consapevolezza, autonomia e possibilità di scelta.
La valutazione del rischio deve considerare sia gli elementi di pericolo sia le risorse presenti nel contesto: rete familiare e sociale, autonomia economica, disponibilità di un luogo sicuro, possibilità di accesso ai servizi e presenza di precedenti comportamenti minacciosi o persecutori. Per questo motivo, la presa in carico non può essere affidata a una singola figura professionale; la collaborazione con i servizi sociali e sanitari, con i servizi legali, con i centri antiviolenza e altre risorse territoriali consente di costruire una rete integrata capace di affrontare contemporaneamente gli aspetti psicologici, sociali, giuridici e di sicurezza.
Prevenzione e cambiamento culturale
La prevenzione primaria rappresenta uno degli strumenti più importanti per intervenire prima che la violenza deflagri. Il cambiamento passa anche attraverso l’educazione alle relazioni, una genitorialità consapevole, la promozione di modalità non violente di gestione del conflitto e la costruzione di modelli affettivi fondati sul rispetto, sull’autonomia e sull’uguaglianza. Il modello sistemico-familiare consente di estendere questo cambiamento oltre il singolo individuo. Famiglie, scuole, comunità, istituzioni e organizzazioni sociali partecipano alla costruzione delle norme attraverso le quali determinati comportamenti vengono considerati accettabili, tollerabili o, al contrario, riconosciuti come violenti o aggressivi, lesivi dei diritti e del benessere psicofisico. La psicoeducazione può, quindi, assumere un ruolo importante nel decostruire convinzioni disfunzionali radicate: la gelosia non è una prova d’amore, il controllo non coincide con la cura, la possessività non è una forma di protezione e il conflitto non autorizza mai la sopraffazione. Gli interventi orientati alla comunicazione rispettosa, alla gestione non violenta dei conflitti e al riconoscimento delle emozioni possono contribuire alla costruzione di relazioni più sane. Tuttavia, è altrettanto importante evitare che la responsabilità della prevenzione venga posta esclusivamente sulla donna o sulla coppia: il contrasto alla violenza di genere richiede una responsabilità collettiva e culturale.
Una responsabilità urgente e collettiva
Adottare uno sguardo sistemico-relazionale sulla violenza contro le donne significa, dunque, riconoscere che il trauma individuale non è separabile dal contesto nel quale si è prodotto. Significa osservare le relazioni, le dinamiche di potere, i silenzi, le regole implicite e le risorse presenti nella rete della persona, senza mai perdere di vista la responsabilità di chi agisce la violenza.
Le drammatiche vicende che continuano a emergere nella cronaca ci ricordano con forza che non è sufficiente intervenire quando la violenza ha già raggiunto il suo esito più grave. È necessario imparare a riconoscere prima i segnali, interrompere le dinamiche di controllo, rafforzare le reti territoriali e creare condizioni concrete affinché chiedere aiuto sia possibile e sicuro. Arginare il fenomeno della violenza di genere è un’urgenza che riguarda, pertanto, l’intera società. Richiede competenze cliniche, servizi accessibili, collaborazione tra professionisti, educazione e trasformazione culturale, ma, soprattutto, la capacità collettiva di non normalizzare ciò che normale non è.
Riferimenti bibliografici:
García-Moreno, C. et al. (2005). WHO Multi-Country Study on Women’s Health and Domestic Violence, World Health Organization. https://www.who.int/publications/i/item/924159358X.
Heise, L. L. (1998). Violence Against Women: An Integrated, Ecological Framework, Violence Against Women, 4(3), 262–290. https://doi.org/10.1177/1077801298004003002.
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