“Mio fratello ha l’ADHD”: comprendere e prendersi cura della relazione tra fratelli
La relazione tra fratelli, fratelli e sorelle o sorelle è una delle esperienze affettive più importanti nella crescita e nello sviluppo di un individuo. Si tratta, infatti, di un rapporto in cui si imparano in modo precoce la condivisione, la negoziazione, la competizione, l’aggressività e anche il conflitto. Quando uno dei fratelli o sorelle ha una diagnosi di disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD), tuttavia, gli equilibri familiari possono diventare più complessi e delicati perché alcuni aspetti dell’ADHD possono influenzare significativamente la quotidianità dell’intero sistema familiare. Per esempio, caratteristiche quali l’impulsività, la difficoltà nella regolazione delle emozioni, il costante bisogno di supervisione e la fatica a rispettare le regole e i turni di parola o di gioco possono generare incomprensioni e conflitti tra i figli. La ricerca ha evidenziato, infatti, una maggior presenza di conflitto nelle relazioni tra fratelli quando è presente una diagnosi di ADHD, soprattutto se in presenza di ulteriori difficoltà comportamentali o emotive (Mikami & Pfiffner, 2008). Questo, però, non vuol dire che il fratello con ADHD sia “la causa” dei problemi familiari, che, invece, risentono dei comportamenti e delle risposte comunicative di tutti i componenti del nucleo familiare.
Il fratello che “deve capire”
Uno degli aspetti più delicati e complessi di queste situazioni familiari riguarda il rischio che al fratello senza ADHD venga attribuito, implicitamente o esplicitamente, il compito di essere più comprensivo, del “lasciar correre” per mantenere una parvenza di tranquillità.
“Tu sei più grande, dovresti capire.”
“Lascia perdere, lo sai com’è fatto.”
“Non provocarlo.”
“Almeno tu comportati responsabilmente.”
Frasi di questo tipo ripetute dai genitori stanchi ed esasperati possono nascere dall’urgenza di gestire rapidamente le situazioni quotidiane, ma nel tempo possono produrre vissuti di ingiustizia o di trascuratezza nei fratelli o nelle sorelle. Il bambino, infatti, può iniziare a percepire che alcune regole valgono diversamente per lui e per l’altro figlio.
Può, inoltre, avere l’impressione che gran parte dell’attenzione dei genitori sia rivolta al fratello con ADHD, soprattutto nei periodi caratterizzati da difficoltà scolastiche, comportamentali o organizzative, cosa che può far scaturire sentimenti di gelosia o insofferenza. Gli studi sul benessere familiare ci mostrano che l’impatto dell’ADHD non riguarda esclusivamente il bambino diagnosticato: anche i fratelli o le sorelle possono sperimentare una riduzione della soddisfazione rispetto alla vita familiare e una maggior conflittualità tra fratelli (Peasgood et al., 2016).
Non sempre “trattare tutti allo stesso modo” significa essere equi
Una cosa che i genitori devono tenere presente è la sottile differenza tra uguaglianza ed equità. Due figli, infatti, possono presentare bisogni diversi e, di conseguenza, avere bisogno di risposte educative differenti, il che non significa, però, che uno sia più importante dell’altro. Un bambino con ADHD potrebbe necessitare di maggior supervisione, consegne più brevi, routine più strutturate o interventi specifici per la regolazione del comportamento. Il fratello potrebbe, invece, aver bisogno di maggior autonomia, di tempo esclusivo con un genitore o semplicemente della possibilità di esprimere la propria fatica senza sentirsi tacciato di egoismo. Il problema non è, quindi, la differenza di trattamento in sé, ma il non rispondere in maniera diversa a bisogni diversi.
Il rischio della “parentificazione”
In alcune famiglie il fratello neurotipico finisce per assumere progressivamente un ruolo eccessivamente responsabile. Può diventare colui che aiuta quotidianamente il fratello nei compiti, che controlla che rispetti le regole, che interviene quando perde il controllo oppure rinuncia alle proprie esigenze per evitare discussioni che sa che potrebbero conflagrare. Ma se una certa collaborazione tra fratelli è naturalmente positiva e auspicabile, il limite viene superato quando un bambino sente di dover svolgere una funzione quasi genitoriale. Dal punto di vista sistemico, è importante che i confini tra le generazioni rimangano chiari: la responsabilità principale della gestione dell’ADHD appartiene agli adulti della famiglia e ai professionisti che accompagnano tutto il nucleo familiare, non al fratello o alla sorella.
E il bambino con ADHD come vive la relazione?
Anche il fratello con ADHD può sperimentare sentimenti complessi e conflittuali riguardo alla situazione. Può, infatti, percepirsi come quello che “sbaglia sempre”, quello che riceve più rimproveri o quello che viene continuamente confrontato con il fratello, che è, invece, “quello assennato”. Con il passare del tempo, queste esperienze, se ripetute, possono alimentare sentimenti di vergogna e rabbia oppure possono far arroccare il bambino su una posizione difensiva: “Tanto per voi sono sempre io quello che crea guai”. Il conflitto tra fratelli, quindi, non dovrebbe essere letto esclusivamente come un problema del bambino con ADHD: può diventare una modalità relazionale nella quale ciascun fratello assume un ruolo: quello che provoca e quello che reagisce, quello che viene controllato e quello che controlla, quello che riceve attenzione e quello che cerca di ottenerla in altri modi ecc.
Guardare la relazione, non cercare un colpevole
L’approccio sistemico-familiare invita proprio a spostare lo sguardo dal singolo individuo alla rete delle relazioni familiari. La domanda da porsi può, allora, diventare: “Che cosa succede tra i membri della famiglia quando appare questo comportamento?”. Un episodio apparentemente banale può, per esempio, seguire uno schema ricorrente: il bambino con ADHD provoca il fratello, il fratello reagisce, il genitore interviene, il bambino protesta, il genitore aumenta il controllo e il fratello si sente nuovamente trascurato. Interrompere questo circolo vizioso che si perpetua nel tempo ha molto più senso che andare alla ricerca di chi ha iniziato per primo.
Dare un nome alle emozioni
I fratelli hanno bisogno di poter esprimere liberamente anche le emozioni “scomode”. È possibile amare profondamente un fratello o una sorella e, contemporaneamente, essere arrabbiati con lui o con lei. Si può provare affetto ma desiderare, qualche volta, di stare lontani. Si può essere felici per un successo del fratello o della sorella e, nello stesso tempo, sentirsi trascurati. Da parte dei genitori legittimare queste ambivalenze aiuta a evitare che la rabbia provata dal bambino venga trasformata in un senso di colpa. Per il bambino con ADHD vale lo stessa cosa: poter riconoscere la propria fatica senza essere identificato con essa lo aiuta ad accettare il proprio modo di essere.
Costruire spazi individuali e spazi condivisi
Una famiglia può trarre beneficio dalla creazione di momenti in cui ciascun figlio possa avere un rapporto esclusivo con i genitori, anche senza attività molto elaborate: anche una semplice passeggiata, una cena insieme, la lettura di un libro o una breve attività scelta dal bambino possono comunicare: “Ti vedo come persona, non soltanto come il fratello di qualcuno”. Allo stesso tempo, però, è importante coltivare esperienze positive condivise tra fratelli che non siano organizzate intorno alla gestione dell’ADHD. Giocare, ridere insieme, costruire qualcosa o condividere un interesse permette alla relazione di avere una storia più ampia del solo conflitto.
Regole chiare, ma non identiche
Le regole familiari funzionano meglio quando sono comprensibili, prevedibili e realistiche anche per chi deve rispettarle. Nel caso dell’ADHD può essere necessario adattare il modo in cui una regola viene comunicata o sostenuta, il che non significa eliminare i limiti o permettere tutto. Al contrario, una struttura sufficientemente stabile può aiutare tutti i membri della famiglia a mantenere un clima sereno, riducendo le occasioni di conflitto e rendendo più prevedibili le aspettative reciproche. La coerenza genitoriale e il funzionamento familiare rappresentano, infatti, elementi importanti nel modo in cui le difficoltà associate all’ADHD si manifestano nel contesto quotidiano (Johnston & Mash, 2001).
Quando chiedere aiuto
Non è necessario aspettare che la relazione tra fratelli diventi gravemente conflittuale per chiedere un supporto psicologico: può risultare utile rivolgersi a un professionista quando i litigi sono molto frequenti, quando un fratello appare costantemente arrabbiato o ritirato, quando uno dei bambini assume delle responsabilità eccessive per età e ruolo oppure quando l’intera famiglia sembra organizzarsi prevalentemente intorno alle difficoltà del figlio con ADHD. Un percorso psicoterapeutico può aiutare tutti a dare un significato alle dinamiche familiari, a modificare alcuni schemi interattivi e a creare uno spazio nel quale ciascun componente possa essere ascoltato e compreso.
Bibliografia di riferimento
Johnston, C., & Mash, E. J. (2001). Families of children with attention-deficit/hyperactivity disorder: Review and recommendations for future research. Clinical Child and Family Psychology Review, 4(3), 183–207. https://doi.org/10.1023/A:1017592030434
Mikami, A. Y., & Pfiffner, L. J. (2008). Sibling relationships among children with ADHD. Journal of Attention Disorders, 11(4), 482–492.
https://doi.org/10.1177/1087054706295670
Peasgood, T., Bhardwaj, A., Biggs, K., Brazier, J. E., Coghill, D., Cooper, C. L., Daley, D., De Silva, C., Harpin, V., Hodgkins, P., Nadkarni, A., Setyawan, J., & Sonuga-Barke, E. J. S. (2016). The impact of ADHD on the health and well-being of ADHD children and their siblings. European Child & Adolescent Psychiatry, 25(11), 1217–1231. https://doi.org/10.1007/s00787-016-0841-6
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