Quando amare è smettere di esistere come persona

La dipendenza affettiva è una condizione relazionale nella quale il bisogno di mantenere il legame con il partner diventa così intenso e totalizzante da compromettere il benessere psicologico, l’autonomia personale e, talvolta, la stessa identità di chi ne soffre. La persona con dipendenza affettiva vive, infatti, la sua relazione romantica come unica fonte di sicurezza, valore personale e stabilità emotiva. In queste situazioni, la paura dell’abbandono (terrore abbandonico) prevale sulla possibilità di costruire un rapporto equilibrato e reciproco tra i due partner, rendendo la relazione un rapporto molto vincolante e soffocante per entrambi i membri della coppia.

Dal punto di vista della psicologia, la dipendenza affettiva non è ancora riconosciuta come un disturbo autonomo nel DSM-5-TR, ma rappresenta un insieme di modalità relazionali disfunzionali frequentemente associate a stili di attaccamento insicuro, bassa autostima e difficoltà nella regolazione emotiva (Bornstein, 2012). Chi sperimenta una forma di dipendenza affettiva tende a mettere costantemente i bisogni dell’altro davanti ai propri, per paura che il partner possa stancarsi e allontanarsi. Le proprie emozioni, i desideri, gli interessi e persino le altre relazioni sociali vengono progressivamente sacrificati nel tentativo di preservare il rapporto amoroso. La convinzione di fondo è spesso quella di non valere niente senza la persona che si ama. Questo tipo di dinamica affettiva può manifestarsi attraverso il bisogno continuo di rassicurazioni, il timore eccessivo dei conflitti, la difficoltà a dire “no”, la tendenza a giustificare comportamenti anche francamente lesivi del partner e una costante ricerca di approvazione e di manifestazioni di affetto e vicinanza. In molti casi la persona rimane in relazioni profondamente insoddisfacenti o addirittura violente pur di evitare la separazione, che non è tollerata.

Da una prospettiva sistemico-familiare, tuttavia, questa dinamica viene interpretata a livello complesso perché ogni relazione nasce e si sviluppa all’interno di una rete di esperienze familiari, modelli educativi e significati condivisi e non può essere letta soltanto a livello individuale. Le modalità con cui impariamo ad amare e a rapportarci con gli altri sono profondamente influenzate dalle relazioni significative vissute durante l’infanzia e l’adolescenza ed è da lì che bisogna ripartire per capire il mondo emotivo dell’individuo con dipendenza affettiva.

Secondo la teoria dell’attaccamento, quando le figure di riferimento sono state imprevedibili, poco disponibili o incoerenti, il bambino può sviluppare la convinzione che l’amore debba essere continuamente conquistato o che l’abbandono rappresenti un pericolo costante nelle relazioni affettive (Bowlby, 1988). Questi modelli relazionali tendono poi a ripresentarsi nella vita adulta, spesso in modo inconsapevole, portando l’individuo a legarsi a persone evitanti o svalutanti, soprattutto nella sfera dell’amore romantico, cosa che alimenta le convinzioni disfunzionali su sé stessi.

Un percorso terapeutico sistemico-familiare mirato cerca, quindi, di comprendere quale funzione questa specifica modalità relazionale abbia avuto nella storia della persona con dipendenza affettiva. Dietro la paura di essere lasciati possono, infatti, nascondersi antiche esperienze di rifiuto, sentimenti di inadeguatezza, insuccessi relazionali e amicali precoci o la convinzione di dover sempre soddisfare i bisogni degli altri per meritare affetto, stima o anche soltanto considerazione. Durante la psicoterapia il paziente viene accompagnato a riconoscere gradualmente questi schemi ricorrenti, a comprenderne l’origine e a costruire modalità relazionali più funzionali e soddisfacenti. L’obiettivo è quello di aiutare la persona a costruire legami relazionali caratterizzati da reciprocità, rispetto e autonomia. È importante supportare l’individuo nel recupero del senso della propria identità: le persone con dipendenza affettiva, infatti, spesso faticano a riconoscere i propri desideri, le proprie competenze e i propri confini personali, confondendoli con quelli dell’altro. La terapia favorisce un graduale processo di differenziazione, nel quale diventa possibile restare in relazione senza annullare sé stessi. In alcuni casi, le coppie instaurano una relazione complementare nelle quali uno assume il ruolo di “salvatore” e l’altro quello di persona “da salvare”, accudire e guidare, costantemente bisognosa di conferme. Questi equilibri, sebbene inizialmente possano apparire rassicuranti, finiscono spesso per alimentare sofferenza e insoddisfazione reciproca.

La ricerca evidenzia che lavorare sugli stili di attaccamento, sulla consapevolezza emotiva e sulle modalità di funzionamento delle relazioni permette di ottenere cambiamenti significativi e duraturi (Mikulincer & Shaver, 2016).

Bibliografia consigliata:

Bornstein, R. F. (2012). From dependency to self-criticism: Developmental antecedents of depressive vulnerability. In R. L. Leahy (Ed.), Contemporary cognitive therapy. Guilford Press. 

Bowlby, J. (1988). A secure base: Parent-child attachment and healthy human development. Basic Books. 

Mikulincer, M., & Shaver, P. R. (2016). Attachment in adulthood: Structure, dynamics, and change (2nd ed.). Guilford Press.

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